Una doverosa premessa su Jay

UNA DOVEROSA PREMESSA SU JAY
(Per gli amici di mEEtale e i lettori in generale)

La nascita di “WHEN J. CAME TO PLAY

A volte sopraggiungono degli eventi che cambiano irrimediabilmente la nostra esistenza. Non siamo noi a stabilirlo, essi arrivano in silenzio, senza preavviso, come la canna di una pistola che si posa dietro la nuca: nel momento in cui il gelo del metallo ci fa increspare la pelle è ormai troppo tardi, ed è allora che si perde inevitabilmente il contatto con se stessi. Se ieri il principale cruccio era quello di riuscire a stabilire il proprio scopo nella vita, oggi ci si ritrova alla ricerca di un metodo inesistente per arginare la sofferenza e sopravvivere al dolore.
Prima di iniziare la stesura di questo romanzo (sarebbe più corretto chiamarlo racconto lungo) mi sono recato dietro casa e, con la scusa di voler piantare ortaggi, ho scavato mattina e pomeriggio per circa un mese. Era l’ottobre del 2010. Alla fine, quando anche il secondo piccone si è arreso all’inviolabilità della roccia, ho capito che scaricare lo stress attraverso la meccanica del corpo non era sufficiente, dovevo liberarmi soprattutto mentalmente.
Primi di novembre. Per spronarmi mi pongo come obiettivo un concorso letterario, uno a caso, e inizio a scrivere una storia. Non importa su quale argomento o di che tipo, l’importante è scriverla. Vado avanti a testa bassa per circa tre settimane senza mai smettere. In corso d’opera vengo costantemente assalito dallo sconforto e dall’inedia produttiva, perché so che la persona più importante non leggerà mai questo mio rigetto nei confronti dell’assurdo. Sono esausto, ma, alla stregua di un parto cesareo, Jay prende vita.
Rileggo frettolosamente per stanare qualche errore, dopodiché consegno il manoscritto nelle mani della mia ragazza e di una mia carissima amica, le quali si adoperano nella caccia ai refusi. Esse sono consapevoli del fatto che istanze sulle variazioni di tema, forma, contenuto, etc., non verrebbero prese in considerazione, di conseguenza si prestano ad osservare in silenzio la cortesia richiesta.
Da allora mi sono limitato alla correzione di errori ortografici sotto suggerimento di quella sparuta cerchia di intimi lettori, ma mai ho avuto la forza di mutarne intere parti. Nelle poche occasioni in cui mi è capitato di rileggerne brevissimi frammenti, una sorta di forza invisibile mi ha spinto lontano dallo scritto, impedendomi di riformarlo e, di conseguenza, di riformarmi. Uno straziante rapporto di odio amore mi lega a questo scriteriato effluvio d’inchiostro, che però mi ha reso meno vulnerabile di prima.
Chiunque verrà in contatto con l’opera in questione non potrà pretendere di ritrovarsi di fronte all’ultima frontiera del linguaggio narrativo. Dovrà accontentarsi di apprezzarne i contorni, la storia, gli intrecci della trama, l’originalità se non è chiedere troppo, e nulla più.
La premessa non vuole avere la pretesa di edulcorare o stigmatizzare il giudizio critico del lettore, tutt’altro, ma ha la stretta necessità di mettere un freno alle continue accuse che rivolgo contro me stesso.
Questo libro non è il prodotto di una mente lucida; questo libro è puro sfogo di rabbia. Una rabbia che con il tempo ha perso il suo vigore, ma non gli strumenti per infliggere dolore.

Jay Baren (AB)

WHEN J. CAME TO PLAY

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